

83. La lunga marcia: la montagna incantata e il mare d'erba.

Da: H. E. Salisbury, La vera storia della lunga marcia, Sugarco
Edizioni, Milano, 1987; Chu Teh, La lunga marcia, Editori Riuniti,
Roma, 1971.

Nell'ottobre del 1934, i comunisti cinesi, per sfuggire agli
attacchi delle truppe nazionaliste, decisero di trasferirsi dal
sud al nord della Cina, affrontando la cosiddetta lunga marcia:
180.000 persone percorsero quasi 10.000 chilometri affrontando
difficolt climatiche e ostacoli naturali di ogni tipo. Si tratt
di un'operazione non solo militare, ma anche politica, perch nel
corso della marcia l'armata rossa pot svolgere un'efficace opera
di propaganda politica presso le masse contadine con le quali
entr in contatto. Nei due passi qui riportati sono descritti due
momenti particolarmente drammatici: il superamento delle Montagne
Nevose, ricostruito dal giornalista americano Harrison Evans
Salisbury sulla base delle testimonianze dei protagonisti e di una
documentazione originale, e l'attraversamento del mare d'erba, i
terreni paludosi al confine fra l'altopiano tibetano e la Cina,
descritto da due soldati dell'armata rossa.


Quando arriv ai piedi della Montagna Incantata, l'Armata Rossa
era in marcia ormai da otto mesi. Molti uomini combattevano da
tre, quattro o pi anni. La loro vita era diventata una routine:
dura, difficile, ma in un certo senso con una struttura
rassicurante. Il dottor Dai Zhengqi nel 1984 avr sessantasette
anni e sar un alto ufficiale sanitario. A diciassette anni, nel
1934, era un attivista. Partito per la Lunga Marcia, diventer
presto infermiere e nessun particolare della vita dell'Armata
Rossa gli sar sconosciuto. [...].
Il giorno cominciava con il suono di un fischietto. Potevano
essere le sei. Non raramente erano le cinque o le quattro. Avevano
quindici minuti per mettere in ordine le loro cose e rendere ai
contadini le assi o le porte e la paglia che avevano prese in
prestito per dormirci. Avevano altri quindici minuti per lavarsi e
lavarsi i denti (disgraziatamente, ricorder il dottor Dai, non
tutti i soldati si lavavano i denti), fare colazione (mezza libbra
di riso cotto; talvolta patate dolci), mettere nella bisaccia
un'altra razione di riso per il pranzo, e disporsi con la propria
unit. Talvolta, se le unit di avanguardia avevano gi raspato il
fondo della botte, non c'era riso.
[...] Il carico di un uomo era di circa dodici chili. Ogni mattina
veniva comunicata la distanza da percorrere. Durante la giornata
c'erano due brevi pause: una di dieci minuti al mattino e una di
venti minuti per pranzo. Non c'era siesta. Ci si riposava quando
arrivavano gli aerei nemici: raggomitolati ai bordi della strada,
ci si rilassava finch non suonava di nuovo il fischietto.
Prima di iniziare la scalata dello Jiajin, i soldati furono
istruiti sui pericoli delle grandi altezze, della neve e del
freddo. Dovevano proteggere gli occhi con strisce di tessuto per
evitare la cecit da neve. Dovevano tenere un'andatura uniforme
senza fermarsi, non sostare sulle cime, mangiare bene prima di
partire, indossare indumenti pesanti (molti avevano solo
l'uniforme di cotone leggero mal imbottita). Alla partenza c'era
un'afosa temperatura estiva. Gli uomini furono presto in un bagno
di sudore.
I propagandisti, come era loro abitudine, trasformarono le
indicazioni mediche in una tiritera, in modo che gli uomini
potessero impararla a memoria:
.
Molto alta  la montagna.
Attenzion dobbiamo fare.
Frizioniamo bene i piedi.
E avvolgiamoli con cura.
Mai fermarsi sulla cima.
Se qualcuno  ammalato.
Aiutare lo dobbiamo.

Ji Pengfei nel 1984 sar un uomo di settantaquattro anni, i
capelli grigi, consigliere di Stato e gi ministro degli Esteri.
Piuttosto alto, da giovane era stato molto forte e atletico. Sulle
Montagne Nevose era membro della commissione medica centrale.
Il problema, dir, era che lo Jiajin saliva molto dolcemente. Si
potevano vedere le cime coperte di neve. Non sembravano molto
lontane. Non si aveva la sensazione di salire tanto perch non ci
si rendeva conto di essere gi in alto alla partenza. Gli uomini
erano esausti per i mesi di marcia e per il cibo inadeguato. La
salita sembrava facile. Poi si entrava improvvisamente in un mondo
di neve e di ghiaccio. Si era accecati. Non c'era sentiero. Si
scivolava e si cadeva sul ghiaccio. Quando si cercava di
rimettersi in piedi, si scopriva di non averne la forza. Non si
era pensato di poter morire. Non ci si rendeva conto che a
un'altezza di 4500 o 5000 metri c'era poco ossigeno. Uno cercava
di rimettersi in piedi e cadeva morto.
I medici capirono subito che non ci si poteva fermare in cima. Una
sosta avrebbe potuto essere fatale. Bisognava superare la cresta
il pi rapidamente possibile e scendere dove c'era pi ossigeno.
Era terribile non riposare. Sembrava che i muscoli non ci fossero
pi. Ma bisognava andare avanti. Una volta arrivati in cima, ci si
poteva lasciare scivolare. Lasciare che fosse il ghiaccio a
portarti gi. D'altronde non c'erano sentieri. Ci furono delle
fratture. Alcuni sparirono in qualche crepaccio. Ma era la strada
migliore.
Le perdite peggiori si registrarono fra il personale logistico, i
portatori. C'erano ancora portatori. I cuochi, per esempio.
I cuochi (contro gli ordini) portavano dei carichi di trenta-
quaranta chili: i pesanti pentoloni pieni di riso e di cibo.
Quelli del terzo gruppo si fermarono in cima per preparare zenzero
fresco e minestra di pepe contro le grandi altitudini. Mao aveva
consigliato alle sue guardie del corpo di tonificarsi con zenzero
e pepe prima di cominciare la salita. Non permetteremo che muoia
neppure un uomo sulle Montagne Nevose, insistettero i cuochi. Ma
mentre stavano distribuendo la zuppa calda, due crollarono e non
fu possibile rianimarli. Quando la marcia arriver nello Shaanxi
settentrionale, l'unit avr perso nove cuochi.
L'aria sottile creava problemi soprattutto ai deboli e ai feriti.
Era, ricorder Ji Pengfei, quasi impossibile curare gli ammalati.
L'unico rimedio era portarli gi dalla montagna. Nessuno ne aveva
la forza. Morivano prima di potere arrivare in basso. Spesso nel
momento in cui i medici cercavano di sollevarli. Perdemmo molti
ottimi uomini, disse Ji Pengfei. Faceva freddo. Si congelava.
Alcuni non riuscivano proprio a respirare.
Furono date istruzioni particolari per raccogliere gli sbandati.
Spesso gli sbandati erano solo cadaveri sepolti nella neve. A
quell'altezza non si poteva bollire l'acqua. I fiammiferi
bruciavano a fatica. Non c'era legna. Non c'erano villaggi. Non
c'era gente. Ci volle tutto il giorno per arrivare in cima alla
montagna e quando si fu dall'altra parte ci si accorse che si era
ancora in alto.
L'acqua era un problema. Non c'era mezzo di bollire la neve. I
soldati grattavano lo strato superficiale e si rinfrescavano con
la neve. Non era possibile preparare delle latrine. N scavare
buchi nel ghiaccio e nella roccia. Gli uomini portavano i soliti
sandali di paglia. Qualcuno trov degli stracci da avvolgersi
intorno ai piedi. Molti no. Ci furono numerosi casi di
congelamento. A Xu Mengqiu, lo storico del partito, dovettero
essere amputate entrambe le gambe. Diversi furono accecati dalla
neve e dovettero essere condotti per mano. Ci vollero alcuni
giorni perch recuperassero la vista.
Per Donna Wei le Montagne Nevose e le praterie che seguirono
furono i momenti peggiori della marcia. Dopo le Montagne Nevose
mi cessarono le mestruazioni, disse. Fu cos per tutte le
donne.
Ding Ganru, ventitreenne, scal le Montagne Nevose con la
retroguardia del quinto corpo d'armata. Erano gli ultimi. Prima
di partire ci fu un sacco di lavoro politico, disse. Con il che
voleva dire che i commissari avevano avvertito i soldati di non
stringere troppo i vestiti, in modo da poter respirare pi
facilmente; camminare lentamente ma a passo regolare e non
fermarsi assolutamente mai. Eravamo come degli scolari in gita al
parco, disse. Quando arrivarono in cima, le istruzioni furono:
Sedetevi e lasciatevi scivolare. Lo fecero. Ma alcuni
scivolarono via e nessuno li vide pi.


Il mare d'erba.

Un soldato dell'armata rossa cos descrisse le Terre d'Erba [...]:
Membri di una trib, nei pressi di Maoehrkai, che avevano subito
l'influenza della civilt cinese e che perci erano pi cortesi,
ci dissero che saremmo morti assiderati se non avessimo avuto
calze di lana e pastrani di pelo d'agnello. Avevamo cercato di
equipaggiarci il meglio possibile, ma non avevamo potuto comperare
un numero sufficiente di pelli d'agnello e di indumenti di lana
per equipaggiare tanti soldati.
Poco prima di addentrarci nelle Terre d'Erba udimmo un rumore di
spari in direzione delle retroguardie. Una comitiva di cavalieri
delle trib aveva raggiunto alcuni dei nostri soldati rimasti
indietro dal grosso della colonna e li avevano assaliti per rubar
loro i fucili. Il primo giorno marciammo per dieci ore, poi ci
sdraiammo e dormimmo sul sentiero ghiacciato, annodando le erbacce
sopra di noi cos da formare una specie di riparo.
Il quarto giorno arrivammo in un punto dove si affondava nel fango
fino al ginocchio e bisogn frustare i cavalli per trarli fuori
dal pantano. Le nuvole pesanti si muovevano lentamente sopra di
noi; in quella vasta distesa di morte il solo rumore era il
fruscio dell'erba.
Domandai a un compagno come avrebbe descritto le Terre d'Erba se
fosse stato uno scrittore. Disse che le avrebbe descritte come un
deserto fatto di acqua morta ed erba, e che, se nel deserto di
sabbia si poteva morire di sete, qui c'era acqua a volont; se sul
deserto splendeva il sole, qui sembrava che il sole non esistesse
neppure. Nel deserto a volte si aveva il conforto di vedere un
miraggio, ma nella distesa di erba non si aveva nemmeno quello.
Infine ci trovammo d'accordo nel dire che le Terre d'Erba erano
una zona in cui si avevano sempre i piedi bagnati, dove le
impronte degli zoccoli dei cavalli scomparivano immediatamente dal
terreno, dove uomini e cavalli cadevano nel fango tra i grossi
ciuffi d'erba e soffrivano il freddo e la disperazione.
Concludemmo insieme che era impossibile descrivere la terribile
desolazione di quella distesa.
Un altro soldato rosso, Moh Hsu, scrisse sul suo diario:
Oggi ho visto un compagno cadere e dibattersi nell'acquitrino. Il
suo corpo era rattrappito e coperto di fango, ma con una mano
stringeva orgogliosamente il fucile coperto anch'esso di fango
cos da sembrare un bastone. Pensando che fosse caduto e tentasse
di rialzarsi, lo aiutai a rimettersi in piedi. Quando fu in piedi
tent di camminare, ma il suo corpo si afflosci e si abbandon
contro il mio. Pesava  talmente che non riuscivo a reggerlo n a
muovere un passo. Gli dissi di cercare di stare ritto e di
camminare da solo e lo lasciai. Ricadde sul sentiero ma non lasci
il suo fucile. Tent di rialzarsi e di nuovo lo aiutai, ma era
cos pesante ed io cos debole, che mi fu impossibile reggerlo. Mi
accorsi allora che il compagno stava morendo. Avevo ancora un po'
di frumento secco, glielo misi in bocca; non riusciva pi a
masticare e capii che non sarebbe stato il cibo a salvarlo. Riposi
nella tasca il frumento secco, mi rialzai. Mi rimisi in cammino e
lo lasciai dov'era. Pi tardi, quando a una sosta mi tolsi di
tasca il frumento, non riuscii a mangiare. Continuavo a pensare ai
compagni che sono morti. Non avrei potuto far niente di diverso
che lasciarlo dov'era caduto; se non lo avessi fatto sarei rimasto
indietro, avrei perso il contatto con la colonna e sarei morto
anch'io. Eppure non mi riusciva di mangiare.
